Feste

Qui di seguito trovate alcune feste che si svolgono in Valvarrone:

FESTA DELLA MADONNA DELLA NEVE (5 AGOSTO)
La chiesa di S. Bernardino, situata nel centro storico di Sueglio, risale, probabilmente, al quattrocento anche se, le attuali forme e dimensioni, sono da attribuire a opere eseguite nel 1706, come riportato sul portale.
La struttura è a navata unica con la facciata a capanna; all’interno si trovano degli affreschi risalenti agli inizi del novecento e l’altare maggiore in legno, presumibilmente cinquecentesco, che ospita, oltre alla statua della Madonna della Neve, posta nel centro, altre sette statue, di dimensioni minori, raffiguranti dei Santi tra i quali S. Sfirio al quale gli abitanti di Sueglio sono molto legati.
Caratteristica di questa chiesa è anche il campanile, che sorge staccato dal resto dell’edificio ma solo quando ci si trova sul sagrato, ci si accorge di questa peculiarità. La facciata è stata recentemente restaurata conservando i resti di affreschi, raffiguranti un’Immacolata tra due Santi sopra il portale, in granito, a timpano spezzato.


FESTA DI S. SFIRIO (17 AGOSTO) – LEGGENDA DEI SETTE FRATELLI EREMITI

Ricorrenza molto importante e sentita dagli abitanti della bassa Valvarrone, la festa di S. Sfirio si celebra ogni anno e da diversi secoli, il 17 Agosto con una messa nella piccola chiesa dedicata al Santo e situata sull’anticima del Monte Legnoncino. Interessante è la leggenda che avvolge la figura di S. Sfirio e dei suoi sette fratelli eremiti leggenda, tramanda di generazione in generazione e con versioni diverse.
Notizie certe sulla reale esistenza di S. Sfirio non ve ne sono ma sembra che appartenesse al gruppo dei sette fratelli eremiti la cui leggenda si trova anche in molte altre località alpine.
dove, il nome dei fratelli varia da zona a zona e, a volte, anche all’interno della stessa area. come nel caso del nostro Sfirio che, secondo le versioni, fu “fratello” di Amato, Fedele, Margherita, Eufemia, Ulderico, Miro, Rocco, Gottardo, Bernardino, Eusebio, Iorio, Gerolamo, Grato, Calimero, Defendente.
Tutte le storie hanno però in comune il fatto, che questi fratelli scelsero di vivere in eremitaggio ma in località visibili tra loro e, per comunicare reciprocamente il loro stato di salute, fossero soliti farsi segnalazioni con grandi fuochi. Una versione della leggenda che riguarda Sfirio è riportata su  una piastrella in ceramica posta all’interno della  chiesetta sul Monte Legnoncino che  recita: ”Molti anni fa, sei fratelli Rocco, Sfirio, Ulderico, Gottardo, Iorio, Miro e la sorella Eufemia, decisero di ritirarsi a vita eremitica sui monti che fanno corona all’alto Lario. La tradizione dice che questo luogo fu scelto da uno di essi, Sfirio, per vivere da solo, in preghiera e contemplazione. Poche sono le notizie sulla vita di questo Santo, così la sua figura rimane avvolta nel mistero e nel racconto tramandato dai nonni. Si narra, infatti, che l’unico contatto e modo di comunicare fra i sette eremiti, in tanti anni, furono i fuochi dei loro falò notturni e il riflesso luminoso di un oggetto esposto, a turno, alla luce dl sole, all’alba e al tramonto. Nell’immensa bellezza del creato tra boschi e lago a diretto contatto con Dio e col cielo, San Sfirio visse una vita esemplare di solitudine e privazioni che lo condusse alla santità”.
Un’altra versione è quella che vede Sfirio il più anziano dei “sette fratelli”, scelti da S. Ambrogio come missionari e inviati sull’alto Lario per evangelizzare le popolazioni del luogo. Non ottenendo alcun risultato, perché inascoltati, i predicatori decisero allora di ritirarsi a vita eremitica ciascuno sulla cima diversa di una montagna così, Bernardino, Eusebio e Amato, scelsero i monti della sponda occidentale del lago, sopra Musso e Gravedona, mentre Gerolamo, Defendente e Sfirio, quelli della sponda orientale dove si trova, appunto, il Monte Legnoncino. Dopo sette anni dall’inizio della loro vita eremitica, durante la quale pregavano Dio perché gli uomini si convertissero, ci fu una tremenda siccità che risparmiò solamente le cime dei monti così, mentre nelle valli uomini e animali morivano di sete, sulle vette l’erba era rigogliosa, i fiori sbocciavano e le piante davano ottimi frutti. Dopo quaranta giorni, un altro fatto prodigioso diede alle popolazioni del posto il segnale che era giunto per loro il momento del pentimento e della conversione: improvvisamente le cime dei monti divennero luminescenti.
Tutti allora si convinsero e decisero di recarsi dai santi eremiti ma, quando raggiunsero le loro dimore, li trovarono privi di vita.  Presi dal rimorso e dalla consapevolezza che si erano sacrificati per loro, si convertirono e chiesero perdono a Dio che subito mise fine alla siccità, con una pioggia benefica che accompagnò gli uomini sulla via del ritorno. Da allora gli abitanti della bassa Valvarrone, si affidano a S. Sfirio e, anche se ormai poco può fare per preservare dalle calamità naturali le attività legate all’agricoltura e alla pastorizia, ormai quasi scomparse in valle, dall’alto del Legnoncino il Santo continua a proteggere i suoi fedeli nelle nuove e mutate esigenze.


CARNEVALE DI SUEGLIO

Tra le feste tradizionali che si svolgono in Valvarrone, quella del Carnevale riveste, senza dubbio, caratteri sicuramente particolari che, anche con il passare del tempo, mantengono immutato l’antico spirito di questa manifestazione.
Seguendo il rito ambrosiano, il giorno di carnevale viene festeggiato, in Valvarrone, i sabato successivo al mercoledì delle Ceneri e vede coinvolti tutti i paesi della valle da Vestreno a Pagnona.
Fin dal mattino del sabato, uomini e donne si “trasformano” abbandonando le sembianze umane per assumere quelle di strane creature, alcune frutto della fantasia, altre che rievocano animali un tempo presenti in questa zona come l’orso o il lupo. I personaggi più caratteristici del Carnevale di Sueglio e della Valvarrone, sono però i “Crapon”, e i “Doppi”i primi,  rappresentano esseri umani con delle enormi teste deformi oppure animali fantastici e terrificanti; le seconde, composte da una persona e da un pupazzo, creano un’unione talmente perfetta  che, risulta difficile identificare quale sia il personaggio in carne ed ossa e quale il fantoccio; non mancano poi figure come le streghe, vecchi curvi sotto il peso delle gerle e tutti quei personaggi che la fantasia riesce ad elaborare.
Le origini del Carnevale di Sueglio sono antiche; si hanno testimonianze fotografiche risalenti agli anni ’20 ma, certamente, gli abitanti di Sueglio, festeggiavano questa “festa d’inverno” anche prima. Rispetto ad oggi, la comparsa nelle strade del paese dei primi “Crapon” avveniva all’alba annunciata dal suono di campanacci ai quali si affiancavano le fisarmoniche; Il corteo raggiungeva poi lo”stradone” nella parte bassa del paese da dove, a piedi, ci si trasferiva negli altri paesi della valle. Vale la pena sottolineare che il recarsi in altri paesi, per “mostrarsi” è abbastanza singolare giacché, in altri carnevali che, si svolgono sull’arco alpino, il percorso del corteo rimane all’interno del paese.
Allora, visti i lunghi tempi di trasferimento che il percorso a piedi prevedeva, l’ultimo paese visitato era Tremenico poi, con l’avvento dell’automobile, anche Pagnona e Premana, incominciarono a ricevere la visita dei “Crapon” e, stando ad alcune testimonianze, con molto stupore. Stupire, infatti, sembra essere uno degli scopi degli autori delle maschere suegliesi oltre a cercare di mantenere l’anonimato fino all’ultimo; le maschere vengono infatti realizzate “in segreto”  con tecniche particolari e personali. La sfilata si snoda così lungo la valle visitando tutti i paesi dove, alle maschere ma soprattutto ai suonatori che si trovano all’inizio del corteo, viene offerto del vino.
A metà giornata, è prevista la sosta per il pranzo in località diverse di anno in anno e sempre all’insegna dell’ospitalità e dell’allegria.
Allora, come oggi, la conclusione del carnevale avveniva a Sueglio, dove le maschere, alla fine, svelavano l’identità della persona che per l’intera giornata le aveva animate.

FESTA DELLA MADONNA DI BONDO (PRIMA DOMENICA DI LUGLIO)
Per un’antica tradizione, in località Bondo, nel comune di Vestreno, la prima domenica di luglio si festeggia, nel piccolo Santuario, ad essa dedicato, la Madonna della Pietà.
Il Santuario si trova a 700 metri di quota, sul versante occidentale del M. Legnoncino, affacciato sul lago, proprio sopra l’abitato di Dorio ma nel territorio comunale di Vestreno che estende i suoi confini verso Colico. Il luogo è isolato, circondato da boschi di castagni secolari che, tra le fronde, offrono scorci panoramici molto suggestivi.
La storia del Santuario e dei motivi che hanno portato alla venerazione dell’immagine della Madonna della Pietà, in questo particolare luogo, sono molto interessanti. Tutto sembra aver avuto inizio verso la fine del 1500, al tempo di S. Carlo Borromeo quando, anche in queste vallate, le carestie, le guerre e i contrasti religiosi, rendevano l’esistenza delle persone molto difficile e senza speranze. Nella sua opera di diffusione e conservazione della fede, dopo aver egli stesso compiuto visite pastorali in Valsassina e Valvarrone, S. Carlo inviò, nei luoghi dove il bisogno era maggiore, dei sacerdoti con la missione di portar conforto alla popolazione con la fede e contrastare, contemporaneamente, la diffusione della dottrina luterana; così, precisamente nel 1582, giunse, con questo compito, a S. Martino Mont’Introzzo, a Sueglio, parrocchia che comprendeva il territorio di Introzzo, Sueglio e Vestreno, il Sacerdote Marco Aurelio Grattarola, uno dei più fedeli collaboratori di S. Carlo. La sua permanenza durò solo due anni ma l’opera svolta fu veramente importante ed è proprio a lui che si deve l’inizio del culto dell’immagine della Madonna della Pietà in Bondo; egli, infatti, interpretando la volontà di S. Carlo di diffondere il culto della Beata Vergine, anche a seguito di un fatto miracoloso avvenuto il 24 aprile a Rho, nel milanese, dove l’immagine della Vergine addolorata, dipinta sul muro di una modesta cappelletta, lacrimò vero sangue, fece erigere, dove ora si trova il Santuario di Bondo, una piccola cappella dedicata, appunto, alla Madonna della Pietà con la raffigurazione della Vergine addolorata, uguale a quella dove avvenne il miracolo. L’attenzione e la devozione degli abitanti della Valvarrone per questa sacra figura furono subito grandi e pare, che dopo l’avvenuta guarigione di alcuni infermi, il luogo fosse meta di pellegrinaggi sempre più numerosi; lo stesso S. Carlo, inviava, in penitenza, da luoghi lontani e a piedi scalzi, i fedeli perché pregassero l’immagine della Madonna della Pietà a Bondo. Per riconoscenza e gratitudine alla Vergine, gli abitanti della valle, e in particolare quelli di Vestreno, pensarono, senza non poche difficoltà visto il luogo isolato, di edificare una chiesa. La costruzione, che risale al 1677, ebbe nel corso degli anni a seguire, sia grazie alla generosità delle offerte dei fedeli, che all’attenzione dei vari parroci, diverse modifiche e abbellimenti come la realizzazione dell’altare, della mensa e della balaustra, in marmo nero di Varenna, trasportato via lago fino a Dorio e da qui, a spalla, per ripide mulattiere, a Bondo. Seguì, tra il 1759 e il 1760, la costruzione del portico mentre la facciata, con l’architrave in granito, lavorato sul posto, è del 1767. Nel 1775, venne restaurata l’immagine della Madonna, e, per una miglior conservazione, venne posta in un telaio con vetri. Degna di nota è la costruzione del campanile nel 1810 voluta dall’allora parroco Giovanni Vitali e, in seguito, la decorazione interna nell’anno 1911 e il restauro totale della parte esterna nel 1918.

Testi di Luca Fiorucci